| E
se si tornasse a discutere di politica?
di Annalisa Terranova
Bei tempi quando a destra si discuteva di politica estera. Animatamente,
con passione, facendo volare le sedie nei comitati centrali. Chi si ricorda
più del fatto che al secondo congresso del Msi, nel 1949, avvenne
un serrato confronto sulla opportunità di aderire o no alla Nato?
Eppure, all’epoca, i consensi del Movimento sociale si aggiravano
attorno al due per cento. Oggi che sono moltiplicati per sette, forse,
un accenno di dibattito in tema non sarebbe male se non altro perché
- come tutti ripetono - dopo l’11 settembre il mondo non è
più lo stesso. Tesi contraddetta peraltro da alcuni studiosi che
fanno rilevare come gli Usa restino, anche dopo l’attacco terrorista
che ne ha minato la solidità psicologica, l’unica superpotenza
interventista del globo legittimata a risolvere ogni tipo di controversia.
L’attentato alle Torri gemelle e al Pentagono ha cambiato la sostanza
della politica estera mondiale perché ha legittimato il concetto
di "guerra preventiva". Che ne pensa An? Dobbiamo affidarci
alle riflessioni della stampa cortigiana, modello Libero, secondo cui
Saddam Hussein rubava il latte ai bambini iracheni o a quelle da raffinato
ultrà di Giuliano Ferrara che saluta così la liberazione
di Bagdad: "Dopo le orrende miserie della dittatura gli iracheni
conosceranno le gioie e anche le splendide meschinità di una società
libera"?
O, ancora, dobbiamo privilegiare il filoamericanismo che finisce con
il rivolgersi contro l’Europa, manifestato da Angelo Panebianco
o predicato con senile pervicacia da Paolo Guzzanti? Vogliamo ricondurre
nei partiti la discussione geopolitica o lasciamo ai salotti televisivi
e pseudogiornalistici il compito di orientare destra e sinistra?
La scelta da fare, come del resto quella relativa all’Alleanza
atlantica che impegnava il Msi reduce dalla sconfitta italiana della Seconda
Guerra mondiale, non è di poco conto. Siamo disposti a sostituire
il nemico comunista con il nemico arabo? Il primo avversario era un’ideologia.
Il secondo invece è un insieme di popoli, ma non c’è
dubbio che la situazione si presti ad essere vista con l’occhio
del paradosso, anche quello della "freddura" scelta come incipit
del libro collettaneo curato da Franco Cardini La paura e l’arroganza:
"è l’anno 2032. Un padre e un figlio passeggiano a New
York. Quando passano attraverso Manhattan il piccolo chiede al padre:
"Papà, cosa erano le Twin Towers?". Il padre risponde:
"Erano due edifici che gli arabi hanno distrutto 30 anni fa".
Il ragazzo ci pensa sopra e alla fine domanda: "Papà, cosa
erano gli arabi?"".
Il problema, proprio perché molto complesso, merita una riflessione
e coinvolge tanti principi che un tempo anche la destra considerava determinanti
per identificare la sua matrice culturale e il suo orizzonte valoriale,
tra cui quello dell’autodeterminazione dei popoli e della differenza
tra civiltà come fattore salvifico rispetto all’omologazione
globale.
Il punto è che siamo giunti all’assurdo di essere arruolati
nelle truppe di Luca Casarini da qualche pasdaran a stelle e strisce solo
per l’insolenza di porre questi interrogativi, come se un partito
votato da milioni di persone dovesse per forza esimersi dalla discussione
su questi argomenti, cadendo nella trappola di considerare la politica
estera più conveniente per gli Usa come una guerra di religione
tra Occidente e Islam. Due tensioni teocratiche che si scontrano: "God
bless America" contro "Allahu akbar". Quanto tutto ciò
appartiene alla tradizione del Vecchio Continente, che ha conosciuto secoli
di guerre e di conflitti sanguinosi ma resistendo alla tentazione del
dominio dell’utopia? La guerra all’Iraq ha risvegliato in
An la vocazione nazionalista. Cavalcando un orgoglio occidentale alla
Oriana Fallaci si finisce come il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini.
Tutt’al più si fa qualche raccolta di firme per spostare
la moschea. Politica all’ombra del campanile, senza avventurarsi
nei grandi scenari mondiali, e con la concorrenza della Lega. Ci conviene?
Ci piace?
E si dovrà, ancora, riflettere su quanto sottolineato da Alain
de Benoist, e cioè che "la guerra contro il terrorismo è
la prima guerra della globalizzazione. Non conosce più limiti,
non solo territoriali ma anche relativi alla scelta dei mezzi. La coppia
classica amico-nemico non funziona più, perché non si sa
bene chi sia dentro e chi sia fuori. In un mondo globalizzato, al limite,
non esistono più guerre estere ma solo guerre civili". Un
contesto nel quale la rifondazione del diritto internazionale, tanto più
al cospetto della crisi dell’Onu, è quanto mai auspicabile.
Anche in questo caso, in quale direzione muoversi? I problemi sul tappeto
sono stati sintetizzati magistralmente da Sergio Romano: "La nuova
politica americana esige un nuovo Consiglio di sicurezza. Occorrerà
sopprimere i vecchi veti, ma scrivere regole che rispecchino la responsabilità
internazionale dei membri. Occorrerà evitare che un solo Paese
possa opporsi alla volontà degli altri, ma introdurre maggioranze
ponderate che tengano conto delle reali gerarchie. Forse si potrà
ottenere il risultato calcolando il peso demografico, il prodotto interno
lordo, l’impegno assistenziale per i Paesi poveri, il livello culturale
e scientifico, la quota di partecipazione al commercio mondiale. Non sarà
semplice e ci vorranno molti anni. Ma di qui ad allora è inutile
illudersi: le Nazioni unite non saranno né centrali, né
vitali".
tratto da Area-OnLine (http://www.area-online.it/)
|