Per in nostri soldati.
Per l'onore d'Italia.
Appresa
la tragedia qualcuno a sinistra ha ritenuto di dover sciacallare
sui corpi di questi giovani italiani morti a Nassirya, noi invece
abbiamo manifestato davanti a Montecitorio in segno di solidarietà.
Un moto spontaneo di vicinanza alle famiglie dei caduti, di
orgoglio per i tanti militari italiani in missione di pace nel
mondo.
Abbiamo espresso in quei giorni infuocati
di primavera tutte le perplessità e le contrarietà
rispetto ad un intervento unilaterale che non condividevamo,
i timori per lo scatenarsi di uno scontro di civiltà
di cui l’Italia, avallando scelte che ritenevamo contrarie
al nostro interesse nazionale, poteva rimanere vittima.
Oggi quelle stesse scelte, e quelle conseguenti
che hanno portato agli esiti drammatici di questo “dopoguerra”,
hanno mietuto vittime italiane, ragazzi che non avevano scelto
questa guerra né di morire per essa.
Certo, sentiamo come un crampo allo stomaco il peso di una morte
assurda dovuta ad una guerra che non abbiamo mai sentito nostra.
La tentazione di dire che non vogliamo più
vedere sangue italiano scorrere per fare la guardia a qualche
bidone di benzina americano è forte. Sapevamo che sarebbe
potuto accadere da un giorno all’altro, speravamo che
i terroristi percepissero le nostre truppe un po’ come
gli iracheni hanno sempre percepito noi italiani, una speranza
di ragionevolezza e di moderazione, molto distante dal modello
di occupazione americano. Ci siamo risvegliati stamattina scoprendo
tragicamente che chi persegue la folle strategia dell’odio
non fa sconti e non fa differenze.
Ma oggi chi dice che bisogna ritirare il contingente
italiano lo fa non per amore verso la nostra patria ma per avversione
verso quella d’altri. Noi non possiamo unirci a questo
coro barbaro. Proprio noi che abbiamo avuto il coraggio di chiedere
al nostro governo di far prevalere le ragioni della politica
su quelle dell’unilateralismo, di pretendere dall’Europa
una posizione unitaria che scongiurasse un conflitto incerto
e pericoloso; proprio noi che non abbiamo mancato di criticare
quando qualcuno nel nostro mondo rispondeva solo col tricolore
a chi chiedeva “guerra si o guerra no?”; proprio
noi che abbiamo auspicato che il dopoguerra diventasse una decisa
transizione verso il ritorno della sovranità al popolo
iracheno scongiurando il rischio di una lunga occupazione militare;
proprio noi abbiamo il dovere di dire che dall’Iraq non
ci possiamo ritirare domani.
Non lo possiamo fare per la dignità
dell’Italia, per il senso di onore, di rispetto per la
parola data che sono alla base dei sentimenti di ogni popolo
fiero. Abbiamo sempre respinto le logiche del pacifismo imbelle
e della diserzione, tanto più la respingiamo oggi che
l’Italia paga col sangue il prezzo del suo impegno.
Certo, questo non ci impedisce di rivendicare
una gestione più ragionevole e condivisa del dopoguerra,
di auspicare che la tanto decantata democrazia possa essere
restituita al popolo iracheno.
Intanto però, di fronte a simili tragedie
non possiamo che fare quadrato, caricandoci sulle spalle anche
il fardello di morti ingiuste e immotivate. “Right or
wrong it’s my country”, dicono nel mondo anglosassone…forse
per una volta dovremmo prendere esempio. Per i nostri soldati.
Per l’onore d’Italia.
Tratto da GioventuIdentitaria.org
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