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Speciale
"GIORNO DEL RICORDO"
Una legge per non dimenticare.

L’Istria, Fiume e la Dalmazia: a oltre 56 anni dal Trattato di Parigi, che ne decretò la cessione alla Jugoslavia, l’Italia può e deve compiere un atto di pacificazione rendendo omaggio al martirio di migliaia di nostri concittadini. La Destra chiede al Parlamento un gesto di coraggio: compia finalmente un passo per ricucire le pagine strappate della nostra storia nazionale, istituisca il “Giorno del Ricordo”. Il 10 febbraio Alleanza Nazionale ricorderà in tutta Italia la tragedia delle foibe, nell’attesa che questa giornata diventi — come legge dello Stato — il “giorno della memoria” per tutti gli Italiani, e non solo di una parte politica. La parola “foiba” (che è un termine del dialetto friuliano proveniente dal latino “foivea”) atteneva in origine solo al linguaggio geologico, e non a quello politico-storico. Foiba, infatti, è un conca chiusa, un anfratto del terreno, terminante sul fondo — a volte profondo diverse centinaia di metri — con un inghiottitoio attraverso cui scorrono i torrenti sotterranei: è un aspetto tipico del panorama carsico, in cui i fiumi appaiono e scompaiono sottoterra scavando profonde voragini. Ebbene, questa definizione scientifica si è ormai trasformata nel linguaggio comune in una definizione dell’orrore e del terrore umano, perché nel corso dell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale nelle foibe furono gettati, in gran parte ancora vive, centinaia di persone aventi l’unica caratteristica di essere semplicemente italiani. Non contava l’età, il sesso, lo stato civile, la religione, l’appartenenza politica: contava solo il fatto di essere puramente e semplicemente italiani. Cosicché nel fondo delle foibe furono gettati insieme religiosi e laici, fascisti e comunisti “nazionali”, operai e professori, ricchi e poveri: si potrebbe anche affermare che, paradossalmente e dolorosamente, una comunità nazionale fu ricostituita nella morte. Gli autori di questa triste esercitazione di “pulizia etnica”, come sono oggi definiti questi eventi, furono certamente i comunisti titini, accomunati e motivati nel loro odio e nella loro ferocia non già da un ideologia sia pure sanguinaria e spietata contro il cosiddetto “nemico di classe” (perché furono sterminati anche i comunisti, i socialisti, gli antifascisti italiani) ma piuttosto dal fatto di essere di un’altra etnia, quella slava o per meglio dire croata-slovena, la quale odiava gli Italiani residenti, fin dall’epoca romana, della Repubblica di Venezia, e del Regno d’Italia, nel territorio dell’Istria. Quello che avveniva, nel 1944 e nel 1945, nelle foibe fu subito noto innanzitutto agli abitanti dei luoghi e poi all’intera Nazione. Ma pochi vollero prestarvi attenzione e far conoscere pubblicamente i fatti, denunciando le precise responsabilità politiche degli autori di quei massacri. Era un periodo, quello, in cui il dittatore della Jugoslavia, Josip Tito, era un alleato delle forze antifasciste: per di più, era comunista, e quindi protetto e difeso accanitamente dal partito comunista italiano, allora al governo. Questa coltre di silenzio sui fatti avvenuti in Istria fu paradossalmente stesa anche dopo, anche quando Tito si staccò dal “Comintern” stalinista. Infatti così era divenuto un alleato, o perlomeno un neutrale, del fronte occidentale antisovietico: stavolta quindi era il governo democristiano che, seguendo l’antico detto “il nemico del mio nemico é mio amico”, non voleva turbare i rapporti con quel regime. Nel frattempo, era intervenuto anche il Trattato di Pace del 1947 che concedeva tutta l’Istria alla Jugoslavia, assecondando così le mire degli infoibatori: e poiché il Trattato di Pace era sottoscritto dagli Alleati di allora del Governo italiano, non si poteva contestarlo. Non a caso Alleanza nazionale (e la Regione Lazio, che ha già deliberato in materia) ha scelto il 10 febbraio come data da ricordare per le foibe: quel giorno è la data della stipula del Trattato di pace (definito anche “diktat”, poiché era immodificabile da parte dell’Italia) e quindi il sigillo definitivo alla denuncia delle foibe e delle motivazioni di quelle strage. Data che però ricorda anche un altro drammatico evento: la residua popolazione italiana dell’Istria, circa 350.000 persone, dopo la firma del trattato di pace che consegnava quel territorio alla Jugoslavia, decise di abbandonarlo nel timore d’essere vittima d’altri massacri, e comunque della loro snazionalizzazione. Tuttavia, se molti, la maggior parte dei politici e dell’informazione italiana di allora, tacquero o fecero finta di non saper nulla, ci furono altri - pochi - che non dimenticarono mai né le foibe né l’esodo istriano. Fu la Destra, ed in particolare il Movimento Sociale Italiano, che si batté fin dalla sua fondazione per il riconoscimento dei diritti dei profughi, l’omaggio ai Caduti, il recupero delle salme (perché anche questo non fu reso possibile, in quanto le aperture delle foibe furono spesso cementate!), la condanna politica, morale ed anche giudiziaria per i responsabili degli eccidi. A dimostrarlo di sono tanti documenti e fatti simbolici, dalla denominazione “Istria e Dalmazia” di una delle prime sezioni romane del partito (quelladi Colle Oppio) alla presenza della bandiera con gli stemmi delle quattro province istriane nella stanza dei segretari nazionali del Msi e di An, da De Marsanich a Michelini, da Almirante a Fini. Già nel programma elettorale del 1948 il Msi affermava che “le frontiere orientali.... ci sono costantemente presenti nel doloroso ricordo delle terre e dei fratelli perduti”, tesi riconfermata in tutte le successive dichiarazioni politiche. Non furono pochi gli uomini provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia (ricordiamo, tra gli altri, l’on. Nino De Totto) candidati e eletti dal Msi. E in Friuli il partito diede, fin dalla fondazione, un contributo politico ed umano alle azioni di recupero delle salme dalle foibe, per mantenerle in modo dignitoso (citiamo fra tutte la foiba di Basovizza, vicino a Trieste). Per non parlare della denuncia in sede giudiziaria dei criminali autori delle stragi, soprattutto quando si è appreso che alcuni di loro, incredibilmente, percepivano pensioni dall’Inps. Molte altre iniziative prese nei 58 anni trascorsi dai fatti possono essere indicate. Sta di fatto che la Destra politica, nelle sue diverse manifestazioni, può legittimamente rivendicare di essere stata l’unica a difendere la memoria storica delle vittime delle foibe, a denunciare i responsabili, a chiedere atti pubblici nazionali di riparazione. Solo negli ultimi anni vi sono state tardive e timide forme di riconoscimento degli eventi, d’attribuzione delle colpe, di testimonianza materiale di sentimento nazionale mediante erezioni di cippi e memoriali. Tra queste, ricordiamo la visita del presidente della Repubblica Sandro Pertini, che era stato un capo partigiano, alla foiba di Basovizza e poi quella del presidente Cossiga. Oggi, due foibe sono state proclamate Monumenti Nazionali: Basovizza e Monrupino. Ma ne esistono decine di altre ancora abbandonate a sé stesse, e poco curate dalle autorità politiche e militari. Alleanza nazionale, che ha sempre avuto presente a sé stessa questa tragedia che rasenta il genocidio, intende quindi degnamente ricordare una pagina dolorosa della storia nazionale, per farla conoscere soprattutto alle nuove generazioni affinché sappiano che l’essere italiani, in certi momenti, significava una sicura condanna a morte.

Da "Il Secolo d'Italia"

 

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